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Lo sviluppo della creatività: una possibile trasformazione dell’aggressività nel corso di una micropsicoanalisi

1 Può sembrare paradossale abbinare la creatività all’aggressività ma non lo è se ci si riferisce al divenire dell’energia psichica che si libera, mano a mano che l’aggressività nevrotica viene analizzata nelle sedute lunghe, perdendo progressivamente di intensità. Tenteremo infatti di dimostrare come questa energia, qualora le circostanze lo consentano, possa reinvestirsi nella creatività del soggetto. Ci si può così rappresentare il percorso che va da nuclei aggressivi attivi al primo sfociare di creatività animata dall’energia liberata: fino a che il nucleo aggressivo è caricato, questo rimosso non ha altra possibilità di scaricare la sua tensione se non attraverso una sintomatologia nevrotica o psicotica. Il rimosso aggressivo alimenta così ripetizioni più o meno coatte. Nel corso di una micropsicoanalisi, si constata comunemente che si produce un riequilibrio tensionale, visualizzabile come una ridistribuzione energetica in seno alle attività cardinali (sonno-sogno, aggressività, sessualità, nel modello micropsicoanalitico), ciò che conduce all’emergere di nuovi contenuti. Questo nuovo movimento avviene quando la dinamica associativa porta ad una distensione del rimosso. Da quel momento, certi sintomi o certe ripetizioni si attenuano o spariscono e si instaura un clima di distensione interiore favorevole al manifestarsi di  qualche  attività  creativa. Possiamo anche vedere ciò come l’ordirsi di “nuovi tentativi” 2 Focalizziamoci sull’energia che si sgancia dopo esser stata imprigionata nel nucleo aggressivo. Visto che lo sviluppo di un’attività creatrice è un fenomeno che si osserva spesso nel corso di una micropsicoanalisi, come più volte abbiamo altrove descritto, un tale sviluppo costituisce un’eccellente possibilità di incanalare l’energia liberata. In effetti, questa energia, resasi disponibile a livello preconscio, deve reinvestirsi per evitare di andare ad instradarsi nuovamente in vie distruttive...

Elaborazioni oniriche dei derivati di fissazioni utero-infantili

Parte I Il sogno ha la funzione di soddisfare un’esigenza energetico-pulsionale di distensione, servendosi dei desideri aggressivo-sessuali rimossi durante la filogenesi e l’ontogenesi. In questa attività del sognare, vengono consumate le scorie tensionali del sistema (il rimosso). Cioè il sognatore consuma energia riattivando le tracce di movimenti psico-biologici inibiti nella meta e fissati nell’es-inconscio. Il sogno è azione mentale così come è azione mentale il pensiero. Il sogno è un tentativo composto di tentativi sovradeterminati, cioè riducibili ad altri più elementari a loro volta riducibili ad altri ancora più elementari e così via. Si riassume il concetto stabilendo che il sogno ha un contenuto manifesto e molteplici contenuti latenti che corrispondono ad altrettanti desideri specifici inconsci. Il desiderio che li comprende tutti corrisponde all’esigenza di cui ho parlato prima ed è un tentativo di regolare le fasi critiche delle fluttuazioni della tensione neutra. Di solito, ci si occupa del contenuto latente del sogno, tuttavia anche il desiderio manifesto, cioè l’insieme dei tentativi consci espressi nel contenuto manifesto, è degno di essere preso in considerazione. L’importanza del contenuto manifesto del sogno è fondamentale. E’ infatti la percezione del contenuto manifesto del sogno il dato che ci permette di stabilire l’esistenza del fenomeno. Anzi è il testimone dell’esistenza di un materiale del sonno e del sogno che persiste e fa valere i suoi diritti durante la veglia. Un dato che ricorda che, durante le varie fasi del sonno, esiste un’attività di pensiero chiamata sogno lungo la quale il soggetto compie delle azioni senza muoversi. Cioè cammina, si nutre, combatte, fa all’amore, compie avventure fantastiche dormendo. Ciò che gli rimane dei tentativi...

L’interpretazione del sogno

Definizione del sogno  Durante il sonno, e in modo particolare durante il sonno paradossale, l’Es crea nelle nostre cellule cerebrali una situazione energetica critica che accende il processo primario e rende possibile il sogno. Il primo atto del sogno consiste nell’attivazione di oggetti inconsci che liberano le loro informazioni onto-filogenetiche e svelano i loro messaggi rappresentazionali-affettivi rimossi. In altri termini, vengono liberati dei vissuti interiorizzati che ripetono scenari di vita utero-infantile ed ancestrale, i quali alimentano i fantasmi. Gli oggetti inconsci attivati mobilitano degli insiemi co-pulsionali sessuali e/o aggressivi facendo così rinascere i desideri utero-infantili. La realizzazione di questi desideri si attua precisamente attraverso la disattivazione degli oggetti inconsci, la cui scarica diviene quindi sinonimo di piacere. Il sogno si definisce dunque al tempo stesso come la realizzazione inconscia di desideri sessuali e aggressivi di origine utero-infantile e come la ripetizione di vissuti interiorizzati sessuali e aggressivi. Realizzazioni di desideri inconsci e ripetizioni di vissuti interiorizzati formano il lavoro del sogno propriamente detto che riattualizza ogni notte intere facce della nostra memoria onto e filogenetica. L’elaborazione primaria del sogno è opera dei meccanismi efficienti dell’inconscio (sottesi dai meccanismi elementari), che si fanno carico della intera massa informativa onirica e la trattano nel senso di una selezione delle informazioni che alimenteranno il lavoro di deformazione. Il lavoro di deformazione caratterizza l’ultimo atto del sogno e comprende i seguenti quattro procedimenti plastici: la simbolizzazione, la drammatizzazione, la considerazione della raffigurabilità, la considerazione dell’intelligibilità. Attraverso questi quattro procedimenti di travestimento, le informazioni rappresentazionali e affettive selezionate passano dal processo primario al processo secondario e vengono trasposte negli oggetti preconsci. La nozione d’interpretazione in micropsicoanalisi L’interpretazione è un...

Introduzione alla genesi dei conflitti psichici

Trattare dei conflitti psichici equivale a toccare l’essenza dell’umano, poiché si collocano non solo all’origine delle nevrosi ma di ciò che ci fa desiderare, pensare, sentire e agire. Di fronte a un tema che ricopre l’insieme del campo analitico, ho dovuto classificare i miei argomenti. Tralascerò la filogenesi, che sarà il soggetto trattato da V. Caillat 1 , così come non mi soffermerò sui quadri clinici, già perfettamente esplorati dagli Autori classici; la mia attenzione si focalizzerà invece sull’ontogenesi dei conflitti, dato che la mia intenzione è di specificare micropsicoanaliticamente il perché essi appaiano ineluttabili e in che modo si auto-organizzino a partire dalle esperienze copulsionali e dai vissuti utero-infantili. In tal modo, dopo una breve rassegna dei fondamenti freudiani, discuterò il concetto di apparato psichico in relazione al modello energetico della micropsicoanalisi; questo mi condurrà a ridefinire la nozione di conflitto a due livelli – le sedute lunghe suggeriscono infatti di considerare, al di là del conflitto nevrotico propriamente detto, una conflittualità più fondamentale – per finire quindi con un accenno alla formazione del sintomo. 1. Topica classica Fin da prima del 1900, Freud ha stabilito che l’eziologia delle nevrosi è riconducibile all’opposizione fra i desideri inconsci e le difese erette contro di essi 2 . Mano a mano che si stratificavano le osservazioni, questo dato clinico è stato generalizzato, sino a diventare il paradigma di tutte le manifestazioni psichiche. In effetti, ciò che insegna la teoria delle nevrosi è applicabile a un qualsiasi contenuto manifesto: si tratta di un compromesso tra forze originariamente contraddittorie, quindi in conflitto. Che tale compromesso tenda di più a realizzare il desiderio (formazione sostitutiva) o piuttosto ad...

La guerra uterina. Le ipotesi della micropsicoanalisi trovano conferma nella biologia evoluzionista

(Il presente articolo è stato pubblicato originariamente in “Scienza e Psicoanalisi” il 1 gennaio 2007) Un po’ di storia Una delle maggiori difficoltà che incontrano i professionisti che praticano la psicoanalisi consiste nel fatto che le verifiche di seduta sono difficilmente comunicabili e verificabili al di fuori del setting: ciò ha concorso a strutturare nella mente di molte persone, anche di scienziati che dovrebbero utilizzare la verifica del dato osservabile come prassi, l’errata convinzione che la psicoanalisi non sia scientifica (vedi l’articolo di Nicola Peluffo “Psicoanalisi e Scienza” comparso sulle pagine della Rivista Multimediale “Scienza e Psicoanalisi”) 1 . Eppure ogni giorno in migliaia di laboratori diversi in tutto il mondo (gli studi dei professionisti), persone di differenti nazionalità e cultura toccano gli stessi temi associativi e descrivono gli stessi nuclei conflittuali universali: l’Edipo-castrazione, l’angoscia di morte, la gestione conflittuale dei desideri sessuali ed aggressivi. L’osservazione reiterata delle stesse dinamiche ha portato all’individuazione di meccanismi ripetitivi di organizzazione del dinamismo psichico che hanno assunto per gli studiosi di tali fenomeni non più lo statuto di mere ipotesi, bensì di leggi. Nessuno psicoanalista al mondo credo oserebbe mettere in dubbio l’esistenza dell’Edipo o delle fasi di fissazione della libido. Le difficoltà nascono quando qualche scienziato utilizza strumenti di osservazione che altri (ancora) non posseggono: ne sapeva qualcosa Galileo, i coniugi Curie e tanti altri precursori. Negli anni 50 uno psicoanalista freudiano, Silvio Fanti, ebbe l’intuizione di allungare il tempo della seduta di psicoanalisi, portandola dai canonici 50-60 minuti alle 3-4 ore consecutive, nell’ottica di adeguare il tempo di osservazione dei fenomeni al ritmo di scioglimento delle resistenze: mise a punto una nuova...

Il comportamento incomprensibile dell’adolescente come manifestazione attuale dell’immagine filogenetica

Un pensiero di oggi per un lavoro di ieri. Questo “vecchio” articolo era una parte delle informazioni e ipotesi che avevo esposto negli anni ottanta nel corso di una conferenza  fatta a Genova nei locali della Fiera del mare.  Faccio questa precisazione per spiegare la frase “nemo profeta in patria” che trasformo in “taci gli antenati ti ascoltano”. Qualche anno dopo, mentre mi stavo occupando di letterati e poeti liguri, per elaborare un insieme di lettere che Angelo Barile  (il poeta) aveva scritto a suo cugino Giovanni Peluffo (mio padre) mi resi conto che quelle due frasi erano una costante anche della mente dei liguri  e, purtroppo, di tutti gli esseri umani. C’è sempre un nemico che ti ascolta e ti giudica. Il peccato è la conoscenza e il nemico è dio, la superstizione. Il tema centrale del libro di Giovanni Boine, “il Peccato” è proprio quello. Come strapparsi di dosso il senso di colpa, uscire dai solchi incisi dagli antenati, uscire  dal tormento “ereditato”. Un politico direbbe “un tormento doveroso”. Il peccato era quello di essersi innamorato, ricambiato, di una “suora” e di averla aiutata a sottrarsi al convento. Cioè essersi appropriato di una sorella sposa di Cristo. Il solito Edipo. Tuttavia se anche uso questo banale esempio, il tentativo di uscire dai solchi è un problema di tutti gli esseri umani. S. Freud l’ha  magistralmente descritto in “L’uomo Mosé e la religione monoteistica” e quei solchi tracciati nella sabbia del deserto in cui si compie il destino del popolo ebraico non sembrano avere né inizio né fine. Noi prendiamo in considerazione, per convenzione, un tratto del cammino,...